Pubblicato da: Edelweiss CAI | 11/09/2014

Trekking al Monte Ararat – 1

Condividiamo il resoconto di Paolo Todeschini sul trekking al Monte Ararat (Turchia) che si è svolto dall’8 al 16 agosto 2014. Questa è a prima parte.

Per problemi di voli il gruppo si forma a Istanbul, siamo in 14 oltre la guida.

Da qui voliamo alla città di Van, 1750 m, sull’omonimo lago, all’estremità orientale dell’Anatolia.

Con un viaggio di circa 3 ore, valicando un passo di 2400 m. circa, un bus privato ci porta nella cittadina di Dogubayazit a 1625 m. Lungo il percorso si notano numerose installazioni militari. L’ambiente è caratterizzato da zone con rocce nere, tipicamente colate laviche residue dell’attività vulcanica dell’Ararat.

Il paese è di uno squallore e di una sciatteria inimmaginabile, e l’albergo che ci ospita non lo è di meno, albergo relativamente moderno e molto pretenzioso, ma la cui manutenzione è assolutamente assente da vari anni.

Unica attrattiva di Dogubayazit, oltre la dominante presenza dell’Ararat che sembra vicinissimo, è il bellissimo palazzo ottomano di Ishak Pasa, a pochi chilometri dal paese, sulle pendici di un severo monte dove rimangono i resti di un’imponente fortificazione e del villaggio che circondava il palazzo.

L’edificio, che voleva rivaleggiare in bellezza e ricchezza con i palazzi del sultano, ha subito importanti restauri eseguiti con sapiente cura, ed oggi è un museo.

La sera consumiamo un buon pasto presso un ristorante con self-service.

Prima di affrontare la notte la nostra guida ci consiglia di iniziare ad assumere fino al giorno della salita alla vetta, il Diamox, farmaco che aiuta a sopportare la carenza di ossigeno in quota, e quindi previene il classico “mal di montagna”.

L’indomani con 2 minibus che oltre a noi ed al nostro bagaglio trasportano tutto il necessario per la gestione delle soste ai campi base, saliamo per strade e piste assolutamente prive di segnaletica, lungo le pendici dell’Ararat fino al termine della strada a quota 2200, dove i cavalli attendono i loro carichi e noi ci incamminiamo verso il campo 1 a quota 3300 m., per sentiero ben segnato, anche se martoriato dal continuo passaggio dei cavalli.

Lungo la via compaiono come dal nulla greggi, prevalentemente di pecore, e mandrie di scarni bovini. Abituati alle nostre vallate, nelle quali risuonano gli scampanii del bestiame, è curioso realizzare che qui le bestie non portano sonagli.

Numerosi sono i campi dei pastori, uno addirittura a 3000 m, dove famiglie intere si trasferiscono per l’estate portando anche anitre e galline. Dai campi accorrono pastorelle con i loro manufatti, bamboline, foulard, cappellini, fionde multicolori ecc. che cercano di vendere agli alpinisti.

Il racconto continua nel prossimo post.

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